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I boschi calabresi sono un patrimonio pubblico e tali devono restare

Migliorare l’utilizzazione, ma conservando il prezioso valore ecologico e il carattere di patrimonio pubblico.
Ho apprezzato il recente intervento dei parlamentari neoeletti del movimento cinquestelle in merito al destino dei boschi comunali di Corigliano Rossano laddove rivendicano una modifica Testo Unico Forestale approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 marzo 2018 al fine di conservare il patrimonio boschivo italiano e difenderlo dai tagli indiscriminati e dagli appetiti delle ecomafia.

 In effetti nella nostra regione negli ultimi venti anni ogni volta che la forestale ha autorizzato un taglio boschivo comunale, si sono aperte strade e stradelle, e i tagli sono diventati vere e proprie aggressioni al patrimonio forestale così come da decenni va avanti la piaga degli incendi estivi che innescano meccanismi di intervento clientelare presso operai stagionali con risorse regionali e voli di spegnimento dei canadair a 14.000 € ora. Così come va denunciata la politica della Regione Calabria che gestisce Calabria Verde con tanti lavoratori che non vengono utilizzati seriamente per il governo dei boschi, anche per un loro rilancio a fine turistico, o a fine di utilizzo ecologico de legname. Ho anche saputo che in proposito si è svolto un convegno a Corigliano, e mi sarebbe piaciuto intervenire, potendo portare un contributo personale essendomene occupato per vent’anni nel WWF Calabria. Quindi non conosco i contenuti del convegno, ma leggendo l’intervento dei parlamentari mi sembra di capire che essi sono favorevoli ad iniziative di utilizzo dei boschi da parte di privati per una loro valorizzazione. Il tema dei boschi innanzi tutto va inquadrato in senso globale: il Bosco calabrese è un ecosistema nel suo complesso : il Pino silano che insieme all’abete e alla macchia mediterranea che assume caratteri differenti tra i due versanti(jonico e tirrenico) è una risorsa in quanto il bosco copre tutto il granito e le pendici metamorfiche della Sila e le colline che digradano verso lo Jonio. In epoca romana e feudale i boschi silani sono stati selvaggiamente aggrediti, ma nel dopoguerra con un’opera intelligente l’uomo ha rimboschito con la specie autoctona( Pinus nigra Var. calabrica) ed oggi, il patrimonio boschivo è ritornato una preziosa risorsa di grande valore ecologico. Quando i privati nel feudalesimo si sono impossessati dei latifondi silani ( grazie al fatto che mancava un’autorità statale centrale che vigilasse) hanno prodotto danni gravissimi al patrimonio boschivo, i cui segni a ben vedere si vedono anche oggi. Secondo vari studiosi, la distruzione dei boschi silani ad opera romana e feudale, è la causa del dissesto idrogeologico che ha ridotti i corsi d’acqua calabresi a “fiumare” dai letti larghissimi , ma privi d’acqua. Prima di procedere a qualunque opera di riutilizzo di aree boschive, va sempre fatto un ragionamento generale sulle compatibilità degli ecosistemi. Cioè è giusto che i boschi vengano utilizzati meglio, a fine turistico, con la pulizia e l’utilizzo dei prodotti del sottobosco e con la vigilanza antincendio, ma se parliamo di tagli al fine di utilizzare e vendere il legname e su questo produrre occupazione, allora bisogna essere in grado di produrre piani complessivi che dimostrino la compatibilità ecologica degli interventi. Fatto salvo il carattere pubblico che deve essere sempre salvaguardato, si possono avviare molte iniziative, ma le iniziative singole tengano conto del quadro generale: il bosco del Patire ha due versanti, uno su Rossano e l’altro su Corigliano, che funzionano come sistema boschivo unitario, per una serie di ragioni geopedologiche e climatiche qualunque azione di intervento su un versante si rispecchierebbe in conseguenze sull’altro versante. Il versante coriglianese, per la verità è proprio quello più utilizzato e degradato, e le conseguenze di questo a volte si vedono anche dalla parte rossanese con la presenza di specie infestanti, che alla fine danneggiano la macchia mediterranea del Patire impoverendola. Quello che semmai andrebbe perseguito, una volta che il governo sarà avviato è rivedere completamente gli organigrammi, ma soprattutto gli indirizzi del Parco della Sila, così come degli altri parchi calabresi. Questa è la sfida per il nuovo governo. Trasformare i parchi da musei dell’incapacità politica, a zone attive di promozione del turismo e laddove possibile anche di riutilizzo produttivo de legname. Ecco se facciamo ragionamenti complessivi, non settoriali, allora sì che i posti di lavoro buoni possono saltare fuori. Faccio un esempio: una volta c’era una ss.106 che attraversava i paesi, ma che permetteva di raggiungere Catanzaro da Sibari in due ore e mezza. Oggi , ogni comune è intervenuto creando una rotonda o un autovelox e ce ne vogliono 4 di ore per fare lo stesso tragitto: la ss 106 è una E 90 ?No, non più, non solo perché è stretta, ma perché è diventata una carrareccia dei comuni costieri calabresi ed ha perso la sua funzione di arteria regionale. Lo stesso succede nei boschi, se noi a macchia di leopardo facciamo interventi singoli il valore del Bosco nel suo insieme si perde. C’è poi un altro aspetto: non va dimenticato che a partire dal feudalesimo con la pratica degli usi civici e del legnatico le popolazioni montane di fatto continuano ad utilizzare le risorse boschive e del sottobosco: ci sono centinaia di famiglie tra Rossano e Corigliano e aree adiacenti che vivono anche di legna di pulizia, di funghi, di fragole, di apicoltura ecc. e ci sono anche concessioni di pascolo; sono aspetti che vanno tenuti presenti, perché se si vogliono proporre iniziative nuove si devono coinvolgere anche le popolazioni montane. E’ vero che ci sono abusi anche perché i controlli ormai sono diventati quasi inesistenti, ma le popolazioni locali vanno sempre tenute presenti. C’è poi il tema degli operai di Calabria Verde , che va reimpostato sì alla REGIONE , ma non si può dimenticare che questi lavoratori ( che nella nostra zona sono assai diminuiti a causa dei pensionamenti) hanno acquisito nei decenni un’esperienza lavorativa tale che potrebbe molto ritornare comoda per chi volesse rimettersi a lavorare seriamente nei boschi. Insomma ben venga un a nuova politica per i boschi come opportunamente sollecitato dai neo parlamentari della Sibaritide, ma con le dovute precauzioni e soprattutto con una mentalità moderna che non può prescindere dalla cultura ecologista, che non significa divieto di fare qualunque cosa, ma semmai significa conoscere meglio il sistema del bosco e come utilizzarlo senza fargli danni.

FABIO MENIN
già presidente WWF CALABRIA

 

 

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