Giugno 17, 2024

Il futuro incerto della politica italiana, e di quella regionale e locale (ma anche europea), è appeso al filo della buona volontà di cittadini consapevoli che la cosa pubblica si amministra con ragione e passione. La prima parola significa che occorre avere chiaro il senso della realtà, del “limite” (al di là del quale, ahimè, non abbiamo più coraggio di guardare) e della missione che si vuole intraprendere; la seconda, invece, che – come tutte le vicende umane che hanno a che fare con la dimensione sociale della persona – bisogna avere il coraggio di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, non guardare all’utile immediato ma progettare per il bene comune, per le future generazioni, per chi verrà e sarà pronto a raccogliere il testimone.

 

Il momento storico attuale, in linea con questa distonia, sembra caratterizzato da poca passione (stante l’alta percentuale di quanti non solo non credono nei partiti, ma si astengono pure dal voto) e da ancora più scarsa ragione, trovando spazio solo l’istinto contro “gli altri” (qualunque sia la soggettività incarnata da questa “diversità”), l’ostilità intellettuale e progettuale verso ogni forma di complessità, l’assenza di contenuto nello slancio e nell’azione (la politica come “impegno” civile si sarebbe detto un tempo).


Ogni tornata elettorale, perciò, assume la forma del vuoto, non suscita passione, non si accompagna con la ragione, dispiega sentimenti schizofrenici preceduti da rumori sinistri (quelli che hanno surrogato la politica: inchieste giudiziarie, dileggio mediatico, messaggi ultimativi, in alcuni posti finanche proclami definitivi di resa civile e morale) su cui hanno già piantato la bandierina i paladini del caos, quelli che dichiarano morta e sepolta la democrazia rappresentativa, gli oppositori integrali di chi “non è come noi”, quelli che “sanno cosa fare in queste circostanze” (rectius: “affidatevi a noi”), quelli che vedono nei classici “pesi e contrappesi” delle istituzioni moderne il vero nemico della sovranità popolare.


Eppure non può venir meno lo sforzo di provare a ristabilire le forme tradizionali di buon governo ripristinando un legame fiduciario tra politica e cittadinanza, assicurando trasparenza ai processi deliberativi, valorizzando la partecipazione, contenendo gli effetti corrosivi delle forme più virulente di illegalità, alimentando il senso delle regole nelle nuove generazioni, attivando processi di virtuosità collettiva come la passione per i beni pubblici, la messa in cura di spazi comuni, la solidarietà diffusa.


Sforzo che acquista maggior senso nella sua imprescindibile urgenza proprio ora che le due comunità di Corigliano e Rossano insieme per la prima volta – a seguito del Referendum a favore della fusione dei due Comuni – saranno chiamate ad eleggere il primo Consiglio comunale ed il Sindaco della nuova Città.

Questa occasione rappresenta un’interessante laboratorio per verificare quanto sia possibile, in termini concreti (politicamente concreti), passare dalla fase del reflusso civico a quello della partecipazione attiva e della cittadinanza responsabile.


La candidatura a Sindaco di Flavio Stasi mi ha colpito positivamente proprio perchè ritengo possa sinceramente incarnare le spinte ideali di cui si parlavo. Stasi è un giovane professionista animato da buone ragioni e tanta passione. Non un “paracadutato”, perché vanta (nonostante la giovane età) un discreto curriculum come attivista politico impegnato in battaglie difficili alle nostre latitudini (ambiente, sanità, viabilità, legalità, fonti energetiche rinnovabili, uso razionale del suolo, lotta all’abusivismo, recupero e valorizzazione dei beni culturali comuni, etc.) e neppure un “miracolato”, travolto cioè da inaspettato successo elettorale senza aver mai seminato nulla. Al contrario, un militante della politica attiva che si fa giorno dopo giorno in testa ai cortei, nelle piazze, nei luoghi di confronto pubblico, nei bar con gli amici, nelle sale consiliari stando all’opposizione dopo aver sfiorato un ballottaggio che avrebbe potuto segnare una storia diversa a Rossano.


Mi ha colpito la sua mitezza (nel senso in cui la intendeva Bobbio però col suo “elogio”), cioè assenza di arroganza e nello stesso tempo stato d’animo proteso alla cura degli altri. E poi la sua capacità di stare al “centro della scena”, non come unico protagonista bensì come chi ha una visione circolare della politica, che si espande guardando tutti negli occhi senza nascondere niente a nessuno, dicendo le cose come stanno, mai tacendo sui problemi piuttosto ragionando insieme alla ricerca di soluzioni condivise.


C’è infine del “movimentismo” nel suo agire pubblico, anche questo da intendersi non come ribellismo fine a se stesso, ma come capacità di organizzare e assemblare sentimenti e passioni restando razionali, suscitando voglia di fare e al tempo stesso riconducendo a unità la trama del discorso politico, che è fatto di analisi, progetti, soluzioni, risultati concreti.


Tutto questo mi spinge a dare fiducia a Flavio Stasi, a supportare la sua candidatura come sindaco di Corigliano-Rossano e di quanti lo sosterranno nella oramai prossima campagna elettorale, a offrire – come ci invita a fare la Costituzione ogni qual volta parla di “Repubblica” (cittadini e istituzioni, insieme) – ragioni convincenti a favore del suo programma, della sua sfida contro i restauratori e contro gli improvvisatori. 

Gianfranco Macrì

Università degli Studi di Salerno